Clima, la sfida del G7

0001L’articolo che ho scritto per l’Unità del 27 maggio

A Ise-Shima, terra di coltivazione delle perle e cuore religioso del Giappone scintoista, si svolge il primo G7 dopo lo storico accordo di Parigi sul clima, firmato lo scorso 22 aprile, giorno della terra, da 175 paesi alle Nazioni Unite, e dopo l’adozione dell’agenda 2030 con gli obiettivi di sviluppo sostenibile. E, per inciso, Barack Obama ha l’occasione di essere il primo presidente degli Stati Uniti in carica a visitare Hiroshima.

A tenere banco nell’agenda del G7 saranno come sempre rischi e opportunità e proprio la sfida del clima richiede tutta la nostra determinazione. Guai a pensare di poterla lasciare in coda. La corsa del riscaldamento globale accelera ancora e le vie di navigazione che si aprono nell’Artico o le tecniche sempre più sofisticate per estrarre combustibili fossili sembrano oramai simili ai balli a bordo del Titanic. Solo investendo in attività e tecnologie a bassissimo impatto di carbonio possiamo tornare allo sviluppo e alla creazione di posti di lavoro. E ancora, uno dei maggiori fattori di instabilità geopolitica e di minaccia alla sicurezza internazionale, secondo la Nato e il Pentagono, è proprio il cambiamento climatico che degrada e riduce risorse naturali come acqua e terre da coltivare a danno di intere popolazioni che saranno inevitabilmente spinte a migrare.

E’ il momento dell’azione concreta per il clima e di un approccio integrato che tenga insieme i quattro grandi accordi internazionali del 2015: l’accordo di Sendai sulla riduzione dei rischi di disastri naturali, l’accordo di Addis Abeba con l’agenda per il finanziamento della cooperazione allo sviluppo, gli obiettivi di sviluppo sostenibile con l’agenda 2030 e l’accordo di Parigi con l’obiettivo di rimanere ben al di sotto di due gradi e di puntare a un grado e mezzo di aumento della temperatura media globale rispetto al periodo precedente alla rivoluzione industriale. E’ l’approccio di convergenza e coerenza che abbiamo scelto nel nostro lavoro in Globe International, la rete internazionale dei parlamentari per il clima diffusa in tutto il mondo, insieme all’Unep.

È chiara la direzione di marcia verso zero emissioni nette a metà secolo, decisa a Parigi da 195 paesi, ma ancora ci sono luci e ombre nelle politiche concrete. Una luce è nel rapporto sullerinnovabili 2016 Unep-Frankfurt School con il nuovo record per gli investimenti globali nelle energie rinnovabili, esclusi i grandi progetti idroelettrici, pari nel 2015 a 285,9 miliardi di dollari, più 5% rispetto al 2014. Un’ombra inquietante sono ancora i sussidi alle fossili: addirittura 42 miliardi di dollari negli ultimi anni alle centrali a carbone, secondo uno studio del WWF con il National Resources Defense Council e Oil Change international. Ancora un fondo oscuro di sussidi alle fossili da catalogare e eliminare quanto prima per dare maggiore spinta, anche in Italia, all’efficienza energetica e alle rinnovabili con una nuova strategia energetica per raggiungere l’obiettivo annunciato dal premier Renzi del 50% di rinnovabili elettriche al 2018.

Il nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi arriva a Ise-Shima con l’orgoglio e l’immensa gratitudine che tutti dobbiamo alla nostra marina, protagonista ancora una volta dell’umanissima estraordinaria azione del salvare vite umane nel Mediterraneo. Ecco, a questo siamo chiamati. All’umanissima e straordinaria azione di salvaguardare le condizioni di vita sulla terra scegliendo la via della decarbonizzazione, cambiando i nostri comportamenti a partire dall’abbandonare carbone, petrolio e gas al più presto e sostenendo quanti sono in estrema difficoltà.

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